LIBRI

Dostoevskij – Delitto e Castigo – Quando il libero arbitrio gioca brutti scherzi

L’articolo di oggi, dedicato a un autore che, personalmente, mi ha fatto riscoprire la complessità e la natura talvolta contraddittoria dei rapporti umani. Sto parlando ovviamente di Dostoevskij, uno dei pilastri della letteratura non solo russa, ma oserei dire della letteratura mondiale, tanto importante è il contributo che ha offerto all’umanità attraverso le sue opere, per cui questo sarà un articolo interamente dedicato a lui.

Buona lettura a tutti!

Devo ringraziare tantissimo la mia docente universitaria di letteratura russa se adesso possiedo le conoscenze adeguate per potervi parlare di questo complesso autore.

Sono molti i temi trattati da Dostoevskij nei suoi romanzi e un solo articolo, credetemi, non basterebbe per sviscerarli tutti a dovere, per questo ho deciso di trattare quelle che sono le tre questioni fondamentali della sua poetica, prendendo in esame il romanzo che mi ha colpita e affascinata maggiormente: Delitto e Castigo, opera scritta nel 1866 che, insieme agli altri due grandi romanzi, quali “I fratelli Karamazov” e “L’Idiota”, fa parte del suo più grande filone di produzione letteraria. Un’opera che attraverso la vicenda di Rodion Raskòl’nikov ci offre una visione esistenzialista dell’autore, insieme al tema della possibilità di raggiungere la propria salvezza attraverso la sofferenza del castigo che talvolta le nostre azioni meritano.

Come al solito vi lascio qui sotto tutte le informazioni sul romanzo, o almeno l’edizione che possiedo io, nel caso in cui vogliate leggerlo e toccare voi stessi con mano gli argomenti qui trattati.

”Tutto è nelle manidell’uomo, e tutto esso si lascia portar via sotto il naso, solamente per vigliaccheria. […] Sarei curioso di sapere che cosa gli uomini temono più di tutto. Fareun passo nuovo, dire una parolapropria, li spaventa al massimo grado.”

UNA FINESTRA SULLA TRAMA

Queste tre grandi questioni che vi ho accennato sopra sono per la precisione il bene, il male e il libero arbitrio, tre concetti che, quando ci pensiamo, ci paiono astratti e talvolta banali e scontati, ma che se ci riflettiamo con attenzione scandiscono la nostra vita di tutti i giorni, a cominciare dai piccoli pensieri e dai piccoli gesti.

Per la natura del protagonista che andremo ora a conoscere, in “Delitto e Castigo” si parla più del male che del bene, anche se esso è sempre presente, in quanto bene e male sono due facce della stessa medaglia.

E’ dunque con mio grande piacere che vi presento Rodion Raskòl’nikov, un ragazzo che si presenta come uno studente, ma che di fatto è una persona inconcludente, nichilista incallito, vive in un appartamento striminzito di Pietroburgo a spese della madre e della sorella e passa la maggior parte del suo tempo nel “dolce” far niente.

Un giorno il nostro protagonista indigente decide di uccidere una vecchia usuraia, convinto che con il suo gesto possa fare un favore al mondo, coinvolgendo accidentalmente anche la mite sorella della vecchia, che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il romanzo è tutto incentrato sulla preparazione di questo omicidio e sopratutto sul danno che questo atto provoca sulla persona di Raskol’nikov. L’epilogo si svolgerà in un bagno penale in Siberia, il cui nome non ci viene specificato, ma che si pensa possa essere Omsk, il carcere dove lo stesso autore dovette scontare quattro anni di lavori forzati.

Ora che ho fatto un pò più di chiarezza sulla trama spostiamo la nostra immaginaria lente di ingrandimento sul protagonista, che necessita un’analisi attenta.

UN SUPERUOMO MANCATO

Direi che questa è l’esatta definizione che potrei dare del nostro antieroe della situazione. Potremmo tranquillamente considerare Raskol’nikov come un uomo dalla mente contorta perché, andiamo, chi mai ammazzerebbe il proprio tempo pensando a come uccidere una vecchia, giusto?

In realtà la questione è più complessa e rende questo personaggio molto più oscuro e al tempo stesso più umano di quel che sembra. Raskol’nikov non uccide una nonnina dolce e innocente che passava le sue giornate davanti al camino a fare la calzetta, ma una strozzina, una che approfitta delle condizioni disperate della gente per succhiare loro quanto più denaro e beni materiali possibili grazie ai prestiti che concedeva, il che la rende a tutti gli effetti una persona ignobile e spregevole, un parassita della società. Per tale ragione penso che sia impossibile dare completamente torto a Raskol’nikov quando decide di porre fine alla vita di quella succhia sangue con un colpo d’accetta ben assestato e naturalmente Dostoevskij ne era consapevole.

La faccenda, però, precipita subito a picco nel momento in cui perde la vita anche la sorella della strozzina, che per quanto fosse innocente rappresentava un testimone oculare da eliminare per la riuscita del piano.

Raskol’nikov riesce a farla franca e a dileguarsi mentre i cadaveri delle due donne vengono trovati, tuttavia da questo momento assistiamo ad un lento e progressivo crollo psicologico e fisico, dovuto al crescente senso di colpa che pian piano si sviluppa nella sua mente e all’isolamento in cui Raskol’nikov si chiude, divenuto ormai ossessionato dal suo delitto e dalla volontà di cercare in tutti i modi di non farsi scoprire.

Analizzando questo personaggio non solo nell’atto dell’omicidio, ma anche nella sua quotidianità prima e dopo il fattaccio, mi sono trovata di fronte ad un uomo con delle contraddizioni atroci, capace di arrivare persino ad uccidere a sangue freddo un altra persona, ma che in alcune circostanze riesce a mostrarsi caritatevole verso chi è in difficoltà, confutando il fatto che nessuno di noi, nemmeno un assassino è completamente bianco o completamente nero.

Ma perché Raskol’nikov ha scelto di uccidere? Ebbene per rispondere alla domanda dobbiamo sviscerare il tema bene/male legato al concetto del libero arbitrio.

“Conosco Rodiòn da un anno e mezzo: è cupo, ritroso, fiero, superbo; negli ultimi tempi (e forse da un pezzo) è diventato sospettoso e nevrastenico. È generoso e buono. Non ama manifestare i suoi sentimenti, e sarebbe magari capace d’un atto crudele, piuttosto che rivelare il suo cuore con delle parole. Qualche volta, però, non è nevrastenico affatto, ma semplicemente freddo e insensibile fino a essere disumano, sì, proprio come se s’alternassero due caratteri opposti.”

UN CONFINE LABILE

Prima di approcciarci a questo tipo di letteratura dobbiamo accettare il fatto che il male esiste ed è presente in varie forme, sia dentro che fuori di noi.

Per certi aspetti il bene ci porta a sentirci e a farci guardare dagli altri come persone migliori, mentre il male ci conduce inesorabilmente alla distruzione di noi stessi e di chi ci attornia. Ma se il male allora è così catastrofico perché esiste? Perché, nonostante il suo concetto sia risaputo, noi talvolta scegliamo consapevolmente di compiere il male? Questo accade in virtù del libero arbitrio, ossia il “dono” che l’uomo ha di scegliere cosa pensare e come agire in tutte le situazioni che si trova a fronteggiare nella vita. Le leggi sono solamente norme poste dagli uomini per vivere più serenamente all’interno di una comunità, altrimenti le nostre città sarebbero giungle, tuttavia esse non hanno mai pienamente impedito agli uomini di compiere azioni che vanno nella direzione opposta. Questo è un concetto assolutamente esistenziale: scegliendo il male, l’uomo afferma il proprio libero arbitrio, il proprio potere di decidere da solo per sé stesso e questo accade perché molto spesso, anzi direi quasi sempre, scegliere ciò che è bene, fare la cosa giusta, comporta qualche rinuncia, mentre all’interno del contesto opposto l’uomo possiede la totale, incontrastata libertà di disporre di tutto e di tutti a proprio piacimento.

Raskol’nikov, in questo senso, decide di uccidere la vecchia strozzina per affermare il proprio libero arbitrio e così dimostrare a sé stesso e al mondo di potersi elevare al di sopra della legge degli uomini, in una sorta di sfida al destino. Questo concetto lo ritroviamo anche ne “La dama di Picche” di Puskin, dove anche qui il protagonista sfida il destino attraverso il gioco d’azzardo, altro tema molto interessante che magari tratterò in un altro post.

Sarà poi alla fine del romanzo, quando ormai ogni tentativo si sfuggire al giusto castigo sarà svanito, che Raskol’nikov si rende conto di quanto vano può essere il tentativo di elevare sé stessi al di sopra degli altri.

“Me stesso ho ucciso non la vecchietta! Con un colpo solo ho accoppato me stesso, per l’eternità.”

“Raskol’nikov però ignorava che la nuova vita non gli sarebbe stata donata per nulla, che bisognava acquistarla a caro prezzo, pagarla con una futura grande opera…”

UN PUNTINO BIANCO SU UN FOGLIO NERO

Dopo essermi focalizzata su Raskol’nikov, vorrei spostare per un momento la vostra attenzione su uno dei personaggi secondari del romanzo, ma che alla fine si rivela fondamentale per la “conversione” del nostro Superuomo Mancato. Sto parlando di Sonja, una ragazza dal cuore davvero buono e sincero, animata da una fede incrollabile, che però è costretta a prostituirsi per sfamare la matrigna malata di tisi e i fratelli minori. Ogni romanzo di Dostoevskij è contornato da tutta una serie di personaggi poveri, malati e oppressi, che rappresentano quello strato sociale ignorato e calpestato dagli altri in quanto essi sono più deboli di tutti noi a causa della loro condizione (per approfondire consiglio di leggere “Umiliati e Offesi”).

Grazie alla vicinanza di Sonja Raskol’nikov riscopre la fede in Dio, verso la quale lo stesso Dostoevskij ha avuto il suo bel percorso tortuoso da affrontare, convincendolo ad abbandonare definitivamente la sua folle idea e a costituirsi, cercando così la redenzione attraverso il castigo, rappresentato dai lavori forzati in Siberia. Da qui abbiamo anche una visione chiara sul titolo dell’opera: per redimersi dal delitto è necessario affrontare con coraggio il giusto castigo che ne consegue. Il castigo qui è visto come una vera e propria resurrezione dell’anima di Raskol’nikov, tanto che nel romanzo troviamo esplicitamente citato l’episodio della resurrezione di Lazzaro nel Vangelo di Giovanni, quando la catarsi del protagonista finalmente giunge. Credo che attraverso l’inserimento di questo personaggio, Dostoevskij ci volesse offrire un piccolo messaggio di speranza, secondo il quale non è mai davvero troppo tardi per redimerci dalle nostre azioni e salvare noi stessi ma questo, ci tengo a precisarlo è soltanto una mia interpretazione e non una teoria confutata dal mio manuale di letteratura. Mi assumo la responsabilità delle mie parole.

“…Ora comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento di un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione…dei suoi progressi nella conoscenza di una nuova realtà, fino ad allora completamente ignorata…”

Bene, miei amatissimi lettori, con questa bella citazione le mie chiacchiere su alcune delle tematiche trattate da questo eccelso autore finiscono qui. Con questo post vorrei poter inaugurare un’altra rubrica del mio blog, dedicata alla mia amatissima letteratura russa, ma questo dipende anche dai vostri feedback, per cui fatemi sapere se vorreste leggere a proposito di un altro romanzo di Dostoevskij o di un altro autore russo con un commento nel blog, sotto ai post che metterò su Facebook, Twitter e Instagram, o anche con un messaggio in chat.

Spero che l’articolo vi sia piaciuto e che costituisca per voi uno spunto di riflessione esistenziale su voi stessi e sulla nostra meravigliosa quanto complicata natura umana.

Per oggi è tutto, vi auguro una buona serata e…al prossimo post!

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